Perché io
Un dono, prima ancora che un mestiere.
Ho iniziato all'inizio degli anni '90, e in realtà anche prima. Allora la parola «mental coach» non esisteva. Nello sport si allenavano il fisico, la tecnica, la tattica. La testa no.
Chi diceva che la mente conta quanto le gambe veniva guardato con sospetto. A volte veniva messo alla porta, bandito dagli spogliatoi e dai campi. Io lo dicevo lo stesso, perché lo vedevo.
Non l'ho imparato su un libro. Lo studio e la P.N.L. sono arrivati dopo e mi hanno dato gli strumenti. Il punto di partenza è un dono: sentire dove un atleta si blocca, spesso prima che riesca a dirlo lui stesso, e capire come farlo ripartire usando le sue risorse.
Parlo per immagini. Un ghepardo, un barattolo, un cartellino: un atleta capisce in un secondo quello che una spiegazione non gli farebbe capire in un'ora.
Oggi tutti parlano di mental coach. Io lo faccio da 34 anni, da quando farlo era un rischio.